Il buen retiro del buon rilancio

Anche quest’anno, nonostante la pandemia, le difficoltà, le incertezze, il lockdown, il MES, le mascherine, il distanziamento sociale, le scuole – senza contare l’arrabbiatura perché si parla così poco del fatto che tutto questo casino sia una conseguenza del cambiamento climatico – indomiti, ostinati e capoccioni, non abbiamo perso le buone abitudini, né le buone speranze e non ci è passato neanche per la testa di rinunciare al nostro buen retiro!

Come una diligenza alla ricerca delle nuove terre più ad ovest del West, come una carovana di Tuareg abbrustoliti nel deserto del distanziamento sociale, come i Re Magi senza mirra a inseguire una invisibile stella cometa a forma di anticorpo monoclonale, in 33 matti e 1 trentino (è vero!) siamo saliti in cima alla nostra collina preferita, dalla quale Bologna sembra spuntare come un fungo in mezzo al bosco, per 12 ore di relazioni e scambi, di cazzeggio e riflessioni, di piani futuri e cibo buono. Un momentone condiviso in cui guardarci in faccia e dirci come stiamo, parlare di quello che ci ha travolti ma, soprattutto, progettare quello che ci aspetta!

L’abbiamo tanto desiderato in questo strano 2020, ce l’eravamo promessi alla fine del precedente buen retiro: almeno uno all’anno, meglio se due! Perché le cose che fanno bene vanno coltivate, e poi si desiderano, soprattutto nei momenti di incertezza.

La giornata è partita con Sam e le edu (non sono un gruppo J-pop giapponese, ne il revival di Jem & le Holograms, ma un gruppo interdisciplinare di Kilowatt) che ci hanno letto la storia del pesciolino Guizzino e, nel giro di pochi minuti, ci siamo ritrovati a muoverci in gruppetti improvvisati con scarse disponibilità motorie, nel tentativo di imitare le movenze di un branco di sardine che si coordina all’unisono: un modo fisico e intuitivo per sentire cosa significa pensarsi un organismo collettivo all’interno di un ecosistema

Il secondo momento altissimo del ritratto impossibile prevedeva che ciascuno di noi si sedesse di fronte a un suo compagno/a e ne disegnasse il ritratto senza guardare il foglio, con la mano coperta e in unico tratto senza mai staccare la penna: un meraviglioso esercizio sulla percezione che ha prodotto capolavori di art neuf, con buona pace all’anima di tutte le avanguardie storiche.

 

Siamo poi passati dal profano al sommo sacro del faro che da cinque anni illumina il senso delle nostre azioni: l’impatto! Quel Sacro Graal di un nuovo modo di fare impresa, che non significa prendere i numeri di un bilancio e dargli una nuove veste che li renda più “sostenibili” perché è l’Europa che ce lo chiede! Per noi è un tema centrale, ci lavoriamo a livello teorico e pratico, lo studiamo, lo raccontiamo e proviamo ad applicarlo ogni giorno, perché siamo convinti che ragionare come impresa non in termini di «quanto produciamo» ma in relazione a «che cambiamento positivo generiamo» nel sistema di cui siamo parte, sia il solo modo sano, positivo e desiderabile di unire vita e lavoro. 

E così ci siamo disposti in gruppi scomposti dai confini variabili, ciascuno a rappresentare una delle aree di lavoro di Kilowatt, senza criteri stabiliti né flussi di informazione pre-confezionati, con la sola regola che ciascuno girasse da un gruppo all’altro per partecipare a tutti e con l’obiettivo di riflettere su come potesse contribuire, dentro a ciascuna area, a creare un immaginario positivo nella società, per generare quel cambiamento di paradigma di cui sentiamo la necessità

A cotanta improvvisata serietà tematica non poteva che far seguito il più collaborativo e improvvisato dei pranzi a tema, ma rigorosamente senza argomento: asador, sgusciatori di uova, virtuosi del pane burro e acciughe, vegani sulle barricate, sommelier professionisti e centratori di chicchi di uva al volo! Diciamo che al mangiare e al bere bene diamo da sempre una certa importanza!

La digestione poi è stata presa in carico dalla squadra creativa di K2 (anche qui non si tratta di una setta affiliata a Q-Anon, ma della nostra agenzia di comunicazione) che, dopo averci diviso in squadre, ci ha aizzato gli uni contro gli altri in una serie di rocambolesche prove in pieno stile deficiente, all’insegna della ormai rinomata euforia immotivata. Così tra un fotofinish senza finish, corse a ostacoli bendati, muti e pilotati, lottatori di sumo senza alcuno straccio di dignità e rotoloni dal pendio, la competizione è stata serrata, le articolazioni messe a dura prova e la serietà professionale abdicata una volta per tutte.

Eh si, é proprio nel limite tra discipline, tra serio e gioco, tra l’io e il gruppo, tra il micro e il macro, tra il formale e l’informale che troviamo quella radicalità che ci nutre, quell’energia che ci alimenta. 

Anche quest’anno è stato così. Anche quest’anno abbiamo desiderato di rifarlo presto.